Il successo non è mai definitivo, il fallimento non è mai fatale; è il coraggio di continuare che conta

Winston Churchill

 

C’era una volta in cui il fallimento era perlopiù una macchia sudicia da togliere via al più presto. Oggi, invece, non solo il fallimento viene visto da molti come qualcosa di positivo, indispensabile per la crescita di un individuo, ma per certi versi viene addirittura venerato.

O vinci, o impari. Si dice così, no?

Le sconfitte e i fallimenti andrebbero accolti quindi come grandi opportunità di svolta e apprendimento.

Il detto “impara dai tuoi errori” ha fatto un po’ la muffa, diciamolo pure, eppure io sono cresciuto in una cultura che considera il fallire per quello che è: un processo doloroso, umiliante e socialmente inaccettabile, che ti marchia a fuoco per il resto della vita.

Su questo tema, abbiamo grossomodo due scuole di pensiero.

Quella che considera il fallimento come una tappa necessaria nella nostra vita, talmente importante e trasformativa da diventare quasi una sorta di Maestro Yoda, in grado cioè di renderci più saggi, più forti, più consapevoli. E quella che ritiene il fallimento come inevitabile conseguenza dei nostri errori, delle nostre debolezze, delle nostre mancanze.

In pratica, da una parte il fallimento andrebbe accolto a braccia aperte, se non addirittura incoraggiato, quasi fosse una benedizione. Dall’altra, invece, il fallimento andrebbe evitato come la peste bubbonica, soprattutto per le conseguenze disastrose che questo porterebbe con sé, sull’individuo, sulla famiglia e sulla società nel suo complesso.

 

Chi ha ragione?

Per prima cosa, vorrei riflettere sul significato di “successo” e “fallimento”, “vittoria” e “sconfitta”. Ci dimentichiamo spesso, presi come siamo, che si tratta di termini clamorosamente relativi.

Nello sport, è stato l’uomo a decretare le regole che stabiliscono chi vince e chi perde. Nel basket, per esempio, l’altezza del canestro è un fattore non certo irrilevante: un gigante di oltre due metri avrà più probabilità di eccellere rispetto a un nano da giardino. In molte discipline, poi, la medaglia viene consegnata a chi arriva per primo: ciò significa che tutti gli altri partecipanti debbano sentirsi dei “falliti” o degli “sconfitti”? Debbano essere sbeffeggiati per il resto dell’eternità?

In secondo luogo, dobbiamo distinguere con attenzione i fallimenti che possiamo permetterci dai fallimenti che NON possiamo assolutamente permetterci.

Quando cerchi di guadagnare qualche soldino in borsa, per esempio, in genere ti consigliano di investire soltanto un capitale che puoi perdere senza conseguenze, cioè senza finire dritto alla mensa dei poveri. Un acrobata si esibisce al circo con la consapevolezza che, se sbaglia qualcosa, si spiaccicherà al suolo. Un chirurgo che sta eseguendo un’operazione a cuore aperto non può dire al paziente: “mi dispiace, stai per salutare questo mondo perché ho premuto troppo sul bisturi, però io ho imparato molto, eh?”. Così come non è auspicabile che uno scienziato, mentre sta effettuando un test nucleare, a un certo punto esclami: “Opsss, chiedo venia, ho appena cancellato l’Australia dalla faccia della Terra”.

In genere, tendiamo a glorificare il fallimento quando si applica ad artisti e professionisti, quando cioè il fallimento, alla fine, si ritorce contro un individuo soltanto. Se vuoi sfondare come rockstar e fai cilecca, sono cavoli tuoi, ma il discorso cambia parecchio se sei un imprenditore o un politico e le tue scelte sbagliate mandano in rovina un’azienda o una nazione intera.

In altri termini, il fallimento non va affatto confuso con la bancarotta. Il fallimento è buono soltanto se le sue conseguenze sono sotto controllo e non pregiudicano la possibilità di potersi rialzare dalle eventuali cadute.

A questo proposito, mi vengono in mente i big fail di un colosso aziendale come Google: piattaforme lanciate con grande clamore e poi precipitate rovinosamente al suolo, come Google Wave e Google Plus. Questi insuccessi sono avvenuti sotto gli occhi del mondo intero, probabilmente hanno fatto un po’ male al gigante californiano, ma non per questo ne è uscito con le ossa rotte, anzi.

Sperimentare e correre dei rischi è spesso necessario per andare avanti, purché me lo possa permettere e, soprattutto, ci sia sempre un paracadute a portata di mano.

 

Fallire è giusto?

Se metti sullo stesso piano un vincitore e uno sconfitto, un magnate dell’industria e un poveraccio qualunque che tira la carretta, qualcuno potrebbe affermare che è il classico ragionamento da perdenti. I cosiddetti falliti guarderebbero con invidia e rancore chi ha avuto più successo nella vita e si consolerebbero dicendo al mondo e a loro stessi che è stata la sfortuna, che hanno fatto tutto il possibile e, dopotutto, il successo non è poi così importante.

Anche qui, dovremmo sciogliere un equivoco: lodare il fallimento non significa affatto che dobbiamo andarcelo a cercare. Trovare il lato positivo negli insuccessi e nelle cadute non è certo una scusa per non agire o non fare il nostro meglio.

Però dobbiamo premere ancora una volta su questo tasto dolente: il successo è negli occhi di chi guarda.

Se qualcuno ti dicesse che guadagna centomila euro al mese, lo reputeresti un individuo di successo? E se ti dicesse che il suo lavoro è spacciare coca e metanfetamine, come cambierebbe la tua opinione al riguardo? E chi dedica molte ore del proprio tempo ad attività di volontariato, retribuite con ringraziamenti e pacche sulle spalle, è un vincente o un perdente? Chi, alla carriera, preferisce la famiglia o il percorso spirituale, sarebbe un fallito?

Se sono soltanto i successi e i risultati materiali quelli che contano davvero, ciò significa condannare il 99% dell’umanità a essere infelice, perché le regole che dividono i vincenti dai perdenti, come abbiamo visto, sono spietate e anche parecchio selettive.

No, non può funzionare così. Io credo che una persona debba essere felice e stare bene con sé stessa, in qualunque circostanza, anche se non ne azzecca nemmeno una. Gli yogi ti direbbero di sviluppare l’equanimità, cioè quell’atteggiamento interiore di pace, calma e centratura che né i successi, né i fallimenti, in ogni caso transitori, saranno mai in grado di scalfire. Ammetto che non sia proprio facilissimo raggiungere uno stato simile, però, almeno, abbiamo una direzione.

 

Riprendiamoci il diritto di sbagliare

Per tirare le fila, sono convinto che questa cosa qui andrebbe insegnata e inculcata fin da piccoli, quando cioè abbiamo più occasioni di fallire senza farci troppo la bua. Dovremmo concedere a tutti la possibilità di commettere errori e sbattere la testa contro qualche muro (metaforicamente parlando, eh?), senza però alimentare la frustrazione, la vergogna o il senso di colpa.

Dopotutto, se vuoi imparare ad andare in bicicletta, non puoi evitare di cadere e sbucciarti le ginocchia di tanto in tanto. Una vita senza mai un fallimento, piccolo o grande che sia, è quantomai sospetta. Una vita vissuta senza prendersi qualche rischio, purché calcolato, è molto probabilmente una vita immobile.

Come direbbero gli americani, take it easy. Nella vita si fa e si sbaglia, punto.

A differenza di quello che dice Churchill, alcuni errori hanno conseguenze fatali e disastrose, è vero, ma nella maggior parte dei casi si può sempre rimediare in qualche modo. E se la stima dei danni non è troppo impietosa, possiamo comunque rialzarci.

Infine, il successo o il fallimento andrebbero sempre misurati su noi stessi. Quello che fanno gli altri dovrebbe semplicemente essere fonte di ispirazione e motivazione, non certo un pretesto per abbatterci il morale o farci sentire inadeguati. Ognuno di noi, infatti, ha la propria storia fatta di scelte, possibilità e risorse. Non tutti sono abbastanza alti da schiacciare a canestro, e non tutti sono abbastanza audaci da fondare una start-up. Però una cosa la possiamo fare, più o meno sempre: superare noi stessi e migliorare noi stessi. Creare i nostri obiettivi, i nostri traguardi, e lavorare per raggiungerli.

Insomma, scegliamo pure la nostra idea di “successo” che sentiamo più vicina, in totale onestà, senza lasciarci influenzare da niente e da nessuno. Ma concediamoci una buona volta il sacrosanto diritto di sbagliare, come quando cerchiamo di approcciare una ragazza e ci troviamo di fronte all’imbarazzante situazione di incassare un due di picche, senza però fare la figura da perfetto imbecille.

Se dobbiamo fallire, insomma, facciamolo con un po’ di stile.