Ahisma, che cos’è davvero la “non violenza” nello yoga

Il principio di “non violenza” si è diffuso nel mondo grazie al contributo di un certo Mohandas Karamchand Gandhi (inutile che te lo presenti, vero?). Non tutti sanno però che le sue lotte “pacifiche” portate avanti in India nel secolo scorso si sono ispirate a un importante concetto alla base della yoga: Ahisma.

Da non confondere con il singolo degli U2, mi raccomando, esso è in realtà uno “Yama”, vale a dire uno dei principi fondamentali che orienta (non mi piace dire “regola”) la condotta di un praticante yoga. In breve, gli Yama costituiscono la base “etica” dello yoga e riguardano cioè il nostro comportamento nella vita di tutti i giorni nonché il rapporto con gli altri e con il mondo che ci circonda.

Seguire questi principi e metterli in pratica non è affatto semplice, anche perché i maestri dello Yoga non hanno fornito un manuale di istruzioni bello pronto per l’uso, quanto, piuttosto, delle linee guida molto generali che vanno prima interpretate e poi applicate, in modo inevitabilmente imperfetto, lungo il nostro cammino di esseri umani.

In altre parole, gli Yama, tra cui il celebre Ahisma (meglio conosciuto come “non violenza”), sono importantissimi, per non dire indispensabili, al fine di migliorare il rapporto tra noi e l’ambiente, attraversare la vita in modo pieno e autentico e costruire una solida base per il proprio percorso spirituale.

Ma che cosa significa, esattamente, “non violenza”? E cosa c’entra, soprattutto, con la nostra crescita spirituale?

Definizione di Ahisma secondo Anandamurti

Nell’interpretazione del celebre yogi Shrii Shrii Anandamurti, il termine Ahisma significa “non infliggere danno agli altri attraverso il pensiero, la parola o l’azione”. Già da questa definizione possiamo intuire, non senza pochi grattacapi, che fare danno a qualcuno non equivale necessariamente all’essere violenti. Infatti, l’utilizzo della forza, in molte circostanze della vita, è inevitabile e, per certi versi, preferibile, se questa può evitare danni ben maggiori. Se veniamo aggrediti, è giusto difenderci con la forza, oppure no? Se siamo chiamati a difendere persone più deboli, ci possiamo sottrarre senza rimorsi perché abbiamo fatto della non violenza la nostra bandiera?

In secondo luogo, Ahisma non si applica soltanto a ciò che effettivamente facciamo, ma anche alle intenzioni e agli atteggiamenti mentali. Ciò significa che il “non fare danno” si origina prima di tutto dal pensiero e dallo stato interiore. In pratica, quello che “produciamo” a livello esteriore, con i nostri comportamenti effettivi, si dovrebbe sempre allineare alle convinzioni più intime e profonde.

Ma che cosa significa “non fare danno”?

Sempre secondo Anandamurti, il “danno” si riferisce a qualsiasi atto che possa impedire, rallentare o arrestare lo sviluppo di un essere vivente. In altri termini, il danno non è soltanto l’effetto di un’azione distruttiva, come ferire o uccidere, ma è anche ostacolare il progresso materiale, mentale, emotivo e spirituale. Ogni creatura, infatti, tende naturalmente all’evoluzione: vuole crescere, prosperare, soddisfare a pieno i propri bisogni. Ed ecco che qui arriva la seconda contraddizione.

Come è possibile starsene belli sereni in questo mondo, senza arrecare neanche solo il minimo danno a qualcuno? Non sarebbe come chiedere a un elefante di attraversare una stanza stracolma di cristalli di Boemia, e pretendere che ogni oggetto rimanga intatto?

Qual è, dunque, il vero significato di Ahisma?

Se dovessimo interpretare questo concetto alla lettera, infatti, saremmo proprio nei guai (e forse, in un modo o nell’altro, già lo siamo). Non potremmo guidare un’automobile senza il rischio di spiaccicare qualche moscerino. Non potremmo guarire da una malattia senza commettere una strage di virus e batteri. E, tra le altre cose, non potremmo nemmeno arrestare i criminali e opporre resistenza ai dittatori.

Quello che ci volevano insegnare gli yogi, probabilmente, non era un ideologico pacifismo fine a sé stesso. Il loro (e qui usiamo il condizionale) potrebbe essere un invito a coltivare sensibilità ed empatia nei confronti degli altri e, in generale, di tutte le forme di vita. Una persona evoluta, in altre parole, non dovrebbe nutrire dentro di sé alcun desiderio di procurare un danno od ostacolare lo sviluppo di chicchessia, a meno che questo non sia strettamente necessario o funzionale alla realizzazione di uno scopo più nobile.

Diamo per scontato, naturalmente, che questo desiderio sorga spontaneo e sia ben radicato in profondità nel nostro sistema di convinzioni. Sarebbe inutile, infatti, trattenersi dalle azioni dannose soltanto per utilitarismo o per timore delle conseguenze negative, come per esempio essere condannati dalla società oppure creare per sé del cattivo karma. Questo, al contrario, non farebbe che allontanarci sempre di più dallo scopo nobile di Ahisma.

Come mettere in pratica questo principio?

Ahisma, come abbiamo visto, significa coltivare un sentimento amorevole ed empatico nei confronti di tutte le forme di vita, in modo da non voler danneggiare l’altro, né ostacolarne il progresso a qualsiasi livello. Questo ci porta naturalmente a riconoscere che una parte di noi si trova anche negli altri. Questo “qualcosa”, lo ripetiamo, è la tendenza naturale al progresso e all’evoluzione: tutti noi vogliamo crescere, prosperare, sviluppare le nostre potenzialità, soddisfare i nostri bisogni e, in definitiva, essere felici.

Riconoscere e ritrovare questo desiderio negli altri è il primo passo verso l’autentica realizzazione di Ahisma: se scopriamo noi stessi negli altri, infatti, ci verrà spontaneo non desiderare il loro male e non fare nulla che possa in qualche modo danneggiarli.

D’altronde, proprio lo Yoga ce lo insegna: esiste una connessione profonda che unisce tutti gli esseri animati e inanimati di questo universo. Percepire questa unione e questa armonia ci fanno sentire più appagati, mentre la separazione e il conflitto non fanno altro che accrescere il disagio e la sofferenza. Il mondo, in verità, sembrerebbe andare nella direzione opposta, dominato com’è dall’avidità, dalla violenza, dall’egoismo e dalla prevaricazione. Eppure, la vita è costellata da episodi, più o meno frequenti, più o meno intensi, dove siamo in grado di celebrare compiutamente il principio di Ahisma: basti pensare soltanto alla cura amorevole dei genitori verso i proprio figli, o a quel senso di generosa solidarietà che ci spinge a soccorrere senza indugi la vittima di un incidente.

In poche parole, Ahisma significa riconoscere il valore dell’esistenza. Significa coltivare sensibilità ed empatia a discapito di quel cinismo utilitaristico che ci porta a vedere gli altri come “estranei”, come semplici strumenti da utilizzare a nostro vantaggio. Ahisma fa parte di noi e non può essere mai sradicata del tutto, anche in quelle persone che sembrano dominate senza scampo dall’ignoranza e dall’oscurità. Questo perché, secondo il Tantra Yoga, esiste una coscienza universale riflessa all’interno di ogni essere umano che ci conduce “naturalmente” a cercare l’espansione fino a diventare noi stessi quella coscienza.

Negare questa tendenza sopita e impedirle di risvegliarsi significa porre dei limiti notevoli allo sviluppo della nostra intelligenza e anche alle nostre possibilità di crescita. Negare il valore che troviamo negli altri ci rende cioè incapaci di sperimentare quello stesso valore in noi stessi. Ahisma ci sfida ogni giorno a riflettere sui nostri sentimenti e sui nostri atteggiamenti verso gli altri, a riflettere sul significato di “aiutare” e “danneggiare”, con l’obiettivo di ottenere uno stato mentale calmo e indisturbato, senza il quale sarebbe estremamente difficile, se non impossibile, dedicarsi alla meditazione.

Quello che è o non è Ahisma dipende sempre dal contesto, non è mai bianco o nero, e ciò richiede continuamente sforzo e riflessione, anche perché il danno può essere inflitto a causa delle parole non dette, delle azioni guidate dall’egoismo, o del non agire affatto. Il danno commesso, prima o poi, ricadrà inevitabilmente sull’autore: non tanto perché verrà “punito” con qualche sorta di pena (altrimenti ci sarebbe già giustizia in questo mondo, non trovi?), ma proprio perché gli verrà impedito di scoprire la sua vera “natura” e intraprendere così un percorso di crescita e consapevolezza.

Ahisma significa essere vegetariani?

Applicare alla lettera Ahisma, lo abbiamo detto, risulta nei fatti impossibile. Molti esseri viventi si devono cibare di altri esseri viventi per poter sopravvivere e alcune popolazioni nel mondo, basti pensare a chi vive nella fredda Groenlandia o sulle montagne del Tibet, non hanno proprio la possibilità materiale di ricavare sostentamento dall’agricoltura.

Quindi, mangiare carne o pesce è sempre sbagliato?

Sulla base di quanto detto finora, il nostro sforzo dovrebbe concentrarsi sul ridurre al minimo il danno e il livello di violenza fisica e psichica. Ne consegue che uccidere un animale, se non abbiamo altra scelta possibile, e purché riduca al minimo la sua sofferenza, non è incompatibile con i principi di Ahisma.

Ma cosa dire invece se, a tavola, abbiamo la facoltà di optare per alternative vegetariane o vegane le quali, non solo escludono l’eventualità di uccidere o fare del male agli animali, ma possono apportare benefici fisici e psichici che ci aiutano nella meditazione? Allora sì che Ahisma si trasforma nella consapevolezza che anche gli animali, al pari di noi, desiderano vivere e prosperare, aiutandoci così a espandere il nostro senso di sé.

In conclusione

Abbiamo visto come Ahisma non sia affatto un concetto così scontato da comprendere e soprattutto da applicare. Lo stare al mondo implica di per sé compiere atti di violenza e infliggere danno, sia esso fisico o morale, alle creature che lo popolano. Un pacifismo senza compromessi, che faccia ricorso soltanto alla parola e alla forza di persuasione, è forse riservato a personalità speciali, come possono essere gli eroi, i santi o gli uomini spiritualmente più evoluti. Per tutti gli altri, invece, Ahisma richiede una riflessione continua su di sé e sul proprio rapporto con gli altri, nonché sul valore stesso dell’esistenza intesa come una profonda connessione tra tutti gli esseri animati e inanimati.

Non esistono manuali di istruzioni che dicono “fai questo” e “non fare questo”, ma soltanto una serie di principi guida che invitano a coltivare un generale sentimento di empatia e compassione fino a estirpare dal profondo ogni desiderio di recare danno e ostacolare lo sviluppo di altri esseri viventi.

Ora, però, mentre mi accingo a concludere questo lungo (e per me, faticoso) articolo, mi ritrovo io stesso in difficoltà. Circondato e aggredito in ogni direzione da fameliche zanzare, mi domando quale sia il comportamento più appropriato per una tale imbarazzante situazione. Lasciarmi pungere offrendo la mia carne in sacrificio a questi assetatissimi insetti, oppure reagire con veemenza, condannandole a una brusca quanto liberatoria dipartita?

Forse, e mi viene in mente soltanto adesso, c’era una scelta più saggia che avrei potuto prendere in considerazione: cospargermi prima di qualche unguento repellente e lasciare in pace, così facendo, sia me che loro.

Che dire, lo yoga non la smette mai di insegnare qualcosa! 😉


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By Capo Tribù

Aka Gianluca Riboni. Pensatore, personal fitness trainer ISSA, insegnante di Anukalana Yoga, leader di Yoga della Risata, scrittore e blogger (un po') incompreso. E soprattutto, sognatore a piede libero.

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