Ci è successo qualcosa di poco piacevole? Abbiamo l’impressione che l’universo ci voglia punire? E quante volte, in queste circostanze, abbiamo dato la colpa al karma, magari anche per scherzo o per sentito dire?

Ebbene il karma, nonostante sia diventato un concetto molto popolare anche in Occidente, viene quasi sempre trattato superficialmente e non sempre siamo capaci di cogliere tutte le sfumature e soprattutto accettare tutte le conseguenze che la “fede” nel karma comporta.

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza, dunque, senza la pretesa di esaurire un argomento così vasto, complesso e tuttora dibattuto.

 

Che cos’è, esattamente, il karma?

Il karma (parola sanscrita che significa “azione”) è una legge universale, molto potente, che fa accadere le cose nel mondo. Nella fisica moderna coinciderebbe con la terza legge della dinamica, secondo la quale, a un’azione esercitata su un corpo, corrisponde una reazione di forza uguale e contraria. In sintesi, se tiro un calcio a un pallone (azione), il pallone si muove nello spazio (reazione) a seconda della forza impressa su di esso.

Il karma, però, va un pochino oltre, in quanto (per alcuni) si applicherebbe anche a livello morale e spirituale. In sostanza, ogni azione che compiamo (compresa l’attività della mente) innesca una catena inesorabile di eventi che, prima o poi, attraverso delle modalità magari inaspettate o inspiegabili, andranno compensati.

Ecco, il karma non è tanto una legge “punitiva” che condanna i cattivi e premia i buoni, giustificando così lo status quo delle caste indiane, quanto una legge di compensazione chiamata a rimettere un po’ in ordine e in equilibrio l’intero universo.

 

Alcune considerazioni importanti sul karma

Il karma, come detto, è una legge cosmica e, come ogni legge che si rispetti, non ammette eccezioni. O la legge funziona sempre, oppure non funziona. Ciò significa che il karma non può essere piegato, manipolato o arrestato: che lo si voglia oppure no, quello che deve succedere, succede. Inutile pregare o chiedere favori a qualche divinità, i “frutti” del karma matureranno comunque e gli effetti di ogni azione, anche a distanza di tempo, torneranno indietro all’autore come un boomerang.

Se le azioni passate sono state buone e virtuose, in futuro ci attenderanno circostanze favorevoli. In caso contrario, no. In ogni caso, il karma viene messo in moto da qualunque azione venga compiuta, anche solo a livello di pensiero, producendo dei nuovi “semi” che dovranno germogliare. Dal karma, insomma, non si scappa. Non importa che esso sia buono o cattivo: rimarremmo comunque imprigionati nel mondo materiale, senza possibilità di uscirne e “salvarci” una volta per tutte.

Già, perché il concetto stesso di karma implica, per forza di cose, quello di reincarnazione. Infatti, se poco prima di morire un essere vivente produce karma, chi ne raccoglierà i frutti? Esatto, proprio così: ci sarà un nuovo “corpo” ad attenderlo, in modo da poter riprendere il discorso in una nuova vita.

 

Il karma e il creazionismo. Vanno d’accordo?

Il karma, sulla base di quanto detto finora, non è soltanto una legge che stabilisce questo e quello, ma anche una forza creatrice. Il karma, cioè, opera incessantemente e instancabilmente affinché nascano nuove vite, nuovi ambienti e nuove circostanze dove ogni creatura possa finalmente “scontare” le proprie azioni passate. Detto in altri termini, l’universo non è stato creato una sola volta e finita lì. L’universo è in continua evoluzione, modellato e rimodellato dai nostri comportamenti e dai nostri pensieri.

Da non crederci, vero?

Più che un giudice spietato, insomma, il karma è un artista che costruisce, distrugge e ricostruisce a piè sospinto, ma con una sua logica spesso imperscrutabile.

 

Quali sono i tipi di karma?

Come abbiamo visto fin qui, il karma è come lo sviluppo di un seme che, una volta piantato, darà i suoi frutti al momento opportuno. Il karma che sta germogliando è detto Agami, un karma che è già maturo si chiama Sancita, mentre quello che sta operando in questo preciso momento è conosciuto come Prarabdha.

In pratica, il karma agisce attingendo dal silos del karma maturato, il Sancita, che a sua volta viene riempito da Agami.

Il Prarabdha è quindi l’artefice di quello che siamo e di quello che ci accade allo stato attuale e non può essere fermato in alcun modo, proprio come una bomba già esplosa o una freccia ormai scoccata. In altre parole, il Prarabdha può essere solo “subito”, mentre il deposito del Sancita, volendo, può essere cancellato prima che sia troppo tardi.

 

Come si smette di produrre karma?

Certo, potrei decidere di accontentarmi e produrre buon karma, garantendomi quindi un futuro più roseo e favorevole, anche se in realtà dovremmo evitare del tutto di farlo. Perché è soltanto spezzando questa catena di azione/reazione, causa/effetto e morte/rinascita che potremo abbandonare il mondo materiale ed evitare così i disagi e le sofferenze che il vivere porta con sé.

Ma come si fa a smettere di costruire karma, dunque, se ogni nostra azione lo scatena come una belva feroce? Bella domanda, ma un modo (non facile) ci sarebbe.

Nella tradizione orientale questo percorso viene definito dharma, vale a dire “retta azione”. Il dharma è un termine difficile da tradurre, in realtà, ma lo potremmo definire come: fare quello che è giusto, fare quello che richiede il momento. Dharma è cioè servire chi ne ha bisogno, con altruismo e senza secondi fini, attenendosi scrupolosamente alla Legge Cosmica.

Il dharma, la giusta azione (che non è necessariamente azione “buona”), non può che andare di pari passo con la conoscenza. Se non studio e assimilo bene i principi metafisici che regolano il funzionamento dell’universo, resterò intrappolato nell’ignoranza, nella superficialità, nei dogmi e nelle false credenze, continuando così a seminare karma in ogni dove.

In sostanza, lo scopo della nostra esistenza dovrebbe tendere a un karma per così dire innocuo, il Nishkama Karma, vale a dire un’azione priva di qualsivoglia interesse o attaccamento. Contrariamente al nostro modo di pensare, secondo il quale i meritevoli dovrebbero essere sempre premiati, il ricercatore spirituale agisce invece rinunciando ai frutti delle azioni stesse.

L’azione stessa, quindi, è il frutto.

Se un’azione è giusta, se un’azione risponde alla legge cosmica del dharma e del dovere spirituale, allora va compiuta con equanimità e con distacco, senza aspettarsi nulla in cambio e qualunque siano le conseguenze.

Agire in questo modo disinteressato, evitando di reagire continuamente alle situazioni piacevoli o spiacevoli in cui veniamo coinvolti, non è affatto semplice, anche perché la vita moderna ci rema un po’ contro e siamo sempre attaccati ai risultati come famelici piranha.

 

I punti chiave

  • Tutto quello che facciamo, diciamo e pensiamo, crea karma. Non si scappa.
  • Anche le azioni in apparenza più virtuose creano karma, anche se daranno luogo a una vita più favorevole.
  • Il karma continua a operare nell’universo, finché non viene neutralizzato.
  • Il processo che neutralizza il karma viene detto purificazione, il quale avviene attraverso opere meritorie oppure scoprendo le cause che lo hanno generato.
  • La purificazione del karma non basta a interrompere il ciclo delle rinascite.
  • Per liberarsi definitivamente dal karma (eventualità riservata comunque a pochi), occorre raggiungere la conoscenza e agire secondo la via del dharma, cioè in modo equanime e disinteressato. O almeno, questo è quello che ci insegnano i maestri dell’oriente.

 

E tu, ci credi nel karma?

 

Fonte:
Karman, Giancarlo Rosati, EIFIS Editore, 2019