“Cerco sempre di fare ciò che non sono capace di fare, per imparare come farlo.”

Pablo Picasso

Quando ti trovi di fronte a un ostacolo che sembra insormontabile, esiste una parola magica, anzi due, che possono aiutarti. Non ancora.

Come quando ti chiama il capo e ti assilla con le solite domande del tipo: hai preparato il report di vattelappesca?  Hai finito di riempire le dodicimila slide che ti avevo chiesto? E nel frattempo sei riuscito a contattare l’Imperatore del Giappone? E tu gli rispondi, con quella voce cristallina e sprezzante del pericolo: “Non ancora”. Lo senti il tremendo potere che prorompe dalle tue labbra? Non senti il suono stentoreo e graffiante di queste due parole?

NON ANCORA!

E anche se al capo inizia a venire fuori quella vena sul collo che preannuncia soltanto tempesta, tu non indietreggi di un passo e rimani aggrappato alle tue convinzioni. Perché la tua risposta lascia intendere che sì, non ho fatto quello che mi hai chiesto (anche perché l’Imperatore del Giappone aveva il cellulare fuori campo), ma lo farò. Con due semplici parole, hai lasciato aperta una finestra di possibilità, e al tempo stesso hai sancito la tua determinazione a voler portare a termine il compito assegnato.

E’ come quando ci troviamo di fronte un problema più grande di noi, duro, noioso e in apparenza inestricabile, e abbiamo due modi per affrontarlo:

  1. E’ troppo difficile. Non sono in grado di risolverlo. (Non ce la farò mai)
  2. E’ troppo difficile, ora. Non sono ancora in grado di risolverlo. (Ma ce la farò)

Il primo approccio è troppo schiacciato sul presente. Contiene un giudizio feroce su noi stessi e sulle nostre capacità. Ci paralizza e ci chiude tutte le porte. Il secondo, invece, riconosce che si tratta di una situazione temporanea e, pur consapevole dei limiti e delle difficoltà che per forza di cose ci saranno, ci dà uno stimolo a crescere e migliorare.

Nel TED Talk “The power of believing that you can improve,  la psicologa Carol Dweck ci spiega in modo brillante e ispirato come una metodologia didattica fondata sullo “YET”, invece che sul “NOW”, possa avere un impatto sbalorditivo sui risultati degli studenti, anche quelli più ostici.

Se, a scuola, invece di sbattere in faccia a uno studente i voti più sconfortanti (F, insufficiente, scarso, inclassificabile, 4/10, eccetera), gli dessimo un semplice NOT YET?
Un voto piuttosto chiaro nel suo significato: mi dispiace, ragazzo, non ce l’hai fatta.
Ma che lascia però al malcapitato discepolo una speranza: non ce l’hai fatta, ma crediamo che ce la puoi ancora fare. Hai soltanto bisogno di più tempo, devi continuare a insistere e applicarti. In questo modo, ti costringo in qualche modo a costruirti un processo di crescita e apprendimento, ad acquisire competenze e mettere in gioco tattiche e strategie affinché quel voto infelice venga ribaltato.

In sintesi, non è tanto il risultato che conta (quanti di noi si struggono ancora per quei cinque e mezzo in algebra ai tempi della scuola, eh?), ma il percorso che si fa per raggiungerlo.

E se imparassimo a usare questa parola su noi stessi, per esplorare i nostri limiti, per continuare a credere nel futuro, non sarebbe grandioso?

Io, per esempio, quando sto scrivendo un libro e mi blocco su un passaggio delicato, un capitolo particolarmente impegnativo, ho preso l’abitudine di appuntarmi questa sigla. NOT YET. E’ come se mi dicessi: prenditi una pausa, amico. Non sei ancora pronto, ma non c’è nulla di male in questo. Lavoraci ancora un po’ su e ritorna quando avrai trovato una soluzione.

Il potere del NON ANCORA lascia uno spiraglio più grande di quanto ci possiamo immaginare, alimenta il fuoco della speranza, e ci aiuta a guardare oltre.

Perché in fondo, credo (ma incrocio le dita), tutti noi possiamo imparare e tutti noi possiamo crescere.

Perché, in fondo, non bisogna farsi scoraggiare dalle sconfitte di oggi.
O perlomeno, non ancora.

😉