La meditazione zen, detta anche Zazen, è una pratica buddhista che nasce però in Giappone, come risultato della contaminazione tra il buddhismo e la cultura del Sol Levante.

Se in sanscrito la meditazione viene chiamata Dhyan, in Giappone prende il nome di Zazen. Questa tecnica, come anche la Vipassana, si fonda sull’osservazione: il praticante, infatti, non agisce per modificare il suo stato d’animo, ma si limita a osservare passivamente quello che avviene nel proprio corpo e nella propria mente. Se la Vipassana si concentra sulle sensazioni del corpo, la Zazen ha come scopo quello di osservare i contenuti mentali, senza nessun intento di giudicarli e/o modificarli.

 

Perché praticare la meditazione zen?

Questa meditazione è una vera bomba se vogliamo abituarci a osservare ciò che succede nella mente, diventare consapevoli di pensieri e stati d’animo e porre le basi per la trasformazione della mente stessa. Oltre a contribuire alla nostra crescita personale, la Zazen può prepararci ad affrontare tecniche più avanzate di meditazione e raggiungere livelli più profondi.

 

Come praticare la meditazione zen?

Come altre tecniche di meditazione, anche questa sembra molto semplice sulla carta, ma è molto impegnativa da mettere in pratica, anche perché la mente di noi Sapiens, in genere, non è abbastanza disciplinata e si lascerà trascinare e coinvolgere dai pensieri stessi.

La meditazione zen consiste nell’immaginare la mente come se fosse lo schermo di un cinema, o una sorta di “planetario”, su cui vengono proiettati tutti i prodotti della nostra mente, qualunque essi siano. Questi possono essere contenuti mentali come pensieri, ricordi, fantasie, immagini, oppure stati mentali come per esempio rabbia, paura, agitazione o sonnolenza.

Come puoi bene immaginare, durante la meditazione zen può venire fuori un po’ di tutto. Inoltre, ognuno di noi è fatto in modo diverso e potrà affidarsi a uno specifico canale sensoriale piuttosto che a un altro. In alcuni praticanti potrebbe prevalere il canale visivo con la produzione di immagini, ricordi o scene di fantasia. Quelli che prediligono il canale uditivo, invece, si accorgeranno perlopiù di suoni, rumori o dialoghi interni. I “cinestesici” si concentreranno sulle sensazioni e sugli stati emotivi, magari anche sottili e difficilmente classificabili a livello razionale.

In ogni caso, è estremamente importante che, durante la pratica, qualunque cosa si veda, si senta o si percepisca, la mente rimanga imperturbabile, cioè non reagisca agli stimoli e non si identifichi in alcun modo con i pensieri che emergono.

È come se, da qualche parte del nostro cervello, si nascondesse un testimone, o un “vigile inflessibile”, in grado di vedere e sentire tutto quello che accade.

Se siamo abbastanza bravi da rimanere concentrati e non farci coinvolgere da quello che la mente ha bisogno di mostrarci in quel momento, ci accorgeremo che i pensieri se ne andranno via così come sono venuti. Ci accorgeremo che i pensieri, e quindi anche le emozioni e i turbamenti che si trascinano dietro, si possono spegnere e mettere a tacere, anche solo per brevi momenti.

Se siamo abbastanza bravi da portare in profondità questa pratica, potremmo raggiungere anche quello stato in cui la mente, mentre la si osserva in modo consapevole, smette del tutto di produrre pensieri. Questo è quello che viene chiamato il “vuoto fertile”, uno stato molto piacevole e intenso in cui possiamo finalmente lasciare emergere nuovi contenuti che hanno bisogno della nostra attenzione e potrebbero anche cambiare il nostro modo di vedere le cose.

Nella meditazione zen, il vuoto che si viene prima o poi a creare è quindi sinonimo di “pienezza”. E quando i contenuti della mente vengono a galla e ne diventiamo finalmente consapevoli, solo allora potremmo lavorarci sopra con tecniche di meditazione attiva per trasformarli nel modo migliore e più vantaggioso per noi.