#13 – Le ossessioni dell’ego

“Le ossessioni del nostro tempo: il cibo, il sesso, la celebrità, ma anche il bisogno di trovare il proprio posto nel mondo.”

Irvine Welsh

Che cosa saresti disposto a fare pur di raggiungere i tuoi obiettivi? Quali sacrifici saresti in grado di sopportare pur di diventare il numero uno nel tuo campo? Per la maggior parte di noi, poco o nulla, diciamoci la verità. Dalla vita vorremmo ottenere tutto, ma senza cedere granché. Fatica e sacrifici ci scoraggiano, mentre le mete più ambiziose assomigliano quasi a dei miraggi sfocati, per cui non vale nemmeno la pena perdere troppo tempo.

Questo però non è affatto nelle corde del buon Andrew, il protagonista del film Whiplash uscito nel 2014 e diretto dal regista Damien Chazelle. No. Il suo obiettivo nella vita è chiaro, monolitico: diventare il miglior batterista jazz sulla piazza. E la posta in gioco per lui è alta, altissima. Il fallimento? Non è un’opzione, nel modo più assoluto.

Ma perché parlare proprio di questo film?

Non me ne vogliano gli appassionati di jazz, ma posso affermare senza ombra di dubbio che Whiplash è tutto tranne che un ispirato omaggio alla musica. La musica, qui, è soltanto un pretesto. Al suo posto, per quanto mi riguarda, potevano metterci benissimo la finanza, il baseball, la lotta greco-romana, ma il significato della pellicola non sarebbe cambiato: perché Whiplash parla dell’ego e dell’ossessione per il successo. Punto.

Ora, se non hai ancora visto il film (e ti ricordo che sono già passati più di dieci anni, cosa aspetti ancora?), ti conviene “scollare” subito gli occhi da questo testo, perché gli spoiler sulla trama saranno spudorati e assolutamente fuori da ogni controllo. 😉

Se invece ti sei già messo comodo, bene, perché ti voglio raccontare alcuni episodi del film che ritengo molto interessanti, e piuttosto istruttivi, per comprendere le insidie che si nascondono dietro alla potenza sfrenata dell’ego.

Ma torniamo alla nostra storia…

In Whiplash, Andrew Neiman è un giovane studente che frequenta lo Shaffer, un prestigioso conservatorio di New York. Il suo talento e la sua determinazione vengono subito notati dal dispotico insegnante Terence Fletcher, interpretato da un sublime J.K. Simmons., il quale gli propone di far parte della sua band scolastica come secondo batterista. Per non deludere le aspettative e conquistare l’approvazione del suo mentore, il giovane si dedica anima e corpo allo studio e all’esercizio, senza mai risparmiarsi. Suonare una batteria, per la cronaca, è particolarmente impegnativo, anche e soprattutto a livello fisico. In molte scene, vediamo il povero batterista sudare come un maratoneta agli sgoccioli della gara o terminare le esercitazioni con le mani completamente intrise di sangue, manco fosse uscito dalla pellicola più splatter di Quentin Tarantino.

I sacrifici, per migliorare in quello che fa, sono altissimi: non solo non c’è spazio per amici e passatempi, ma nemmeno per una promettente storia d’amore con la dolcissima Nicole, che lui non esita a spegnere sul nascere (salvo poi pentirsene) quasi fosse un intralcio alla sua cavalcata verso la gloria.

L’impegno viene comunque ripagato, si conquista l’agognato posto come primo batterista e nemmeno il destino avverso (ovvero, la sfiga) sembra in grado di fermarlo: un giorno, per non arrivare in ritardo a un’importante esibizione e cedere il suo posto da “titolare” a qualcun altro (sia mai!), si lascia coinvolgere in un bruttissimo incidente stradale. Ma lui cosa fa? Esce dall’auto accartocciata come se niente fosse e si precipita all’appuntamento nonostante fosse ferito, insanguinato e in evidente stato confusionale. Arriva giusto in tempo per sedersi davanti alla sua adorata batteria e iniziare a suonare davanti a tutti, conciato come uno straccio, con il sangue che esce ancora vivo dalle ferite. Piccolo contrattempo che, inutile dirlo, avrà risultati disastrosi e manderà su tutte le furie il già irascibile Fletcher.

Già, perché se Andrew è una testa dura (tormentata, ma dura), anche Terence Fletcher mica scherza. Terence è anche lui un talentuoso musicista, ma la sua ossessione è un’altra, quella cioè di individuare, nel vivaio indistinto degli aspiranti musicisti, la prossima leggenda del jazz. Insegnare per lui è prima di tutto una missione e perciò i suoi metodi di insegnamento sono intransigenti, crudeli, non ammettono altro che la perfezione.

Nel corso del film, poi, il temibile villain si lascia andare a qualche confidenza nei confronti del giovane pupillo, svelando la parvenza di un “lato umano”. Si scopre così che, dietro al suo comportamento duro, arcigno, alla sergente Hartman, si cela un proposito, per così dire, nobile: Fletcher, infatti, è convinto che il vero talento musicale possa emergere soltanto se viene messo duramente sotto pressione, abituato alle sfide e alle difficoltà più estreme (musicalmente parlando, si intende). Tutto molto bello, sia chiaro, se non fosse che stona un po’ con un’altra sua affermazione che fa abbastanza riflettere, quando confida ad Andrew che un vero musicista può dare il meglio di sé soltanto in uno stato di assoluto “rilassamento” (parole mie). Ma dico io, come può un artista teso, terrorizzato, scrutato a vista dal giudizio inflessibile e implacabile del proprio insegnante, trovare questo fantomatico “stato di grazia”? In effetti, l’è dura, ed è lui stesso, infine, ad ammettere il proprio fallimento: quante stelle hanno iniziato veramente a “brillare” sotto la sua ala protettiva, in tutta la sua carriera come insegnante? Beh, proprio nessuna.

Che sia giunto il tempo di farsi qualche domanda, mio caro Terence?

Con due personalità così ingombranti, lo scontro è inevitabile. Lo spiacevole episodio dell’incidente stradale e della performance un po’ sottotono (eufemismo) che ne scaturisce fanno scatenare un violento litigio tra i due, che porterà di lì a poco all’espulsione definitiva del giovane dalla scuola: game over e addio sogni di gloria. Nei giorni successivi, quando tutto sembra finito, il suo ego bastonato trova un seppur magro pretesto per consolarsi contribuendo, con la sua anonima “soffiata”, a portare alla luce i metodi aggressivi e disumani di Fletcher e farlo così sospendere dall’insegnamento. Entrambi out, i due vecchi rivali ormai disillusi si incontrano per caso durante un concerto di Terence. Potrebbe essere l’occasione giusta per riconciliarsi e lasciare finalmente le vecchie ruggini alle spalle, ma ecco che l’ego straripa di nuovo, incontrollabile. Quella vecchia volpe di Fletcher, fingendosi addolcito e comprensivo, convince Andrew a suonare per lui ancora una volta, davanti al “pubblico che conta”. La vittima, ignara, si accomoda alla batteria pensando di dover interpretare il brano Whiplash, che conosce praticamente a memoria, ma nel momento fatidico la band attacca a suonare un pezzo a lui completamente sconosciuto, per il quale, tra le altre cose, non vi è traccia dello spartito. Il risultato è ovviamente disastroso e oltremodo imbarazzante.

D’altronde, come poteva mai immaginare che il buon vecchio Fletcher fosse disposto a sabotare la performance della sua stessa band, a sfregiare quella che lui stesso considera un’opera d’arte viva tra le sue mani, pur di vendicarsi di Andrew e stroncare una volta per tutte quel poco che rimaneva della sua carriera? Quando tutto sembra finito, per davvero, anche l’ego di Andrew ritrova un sussulto di orgoglio dal fondo dell’abisso e, facendosi di nuovo largo sul palco, va a prendersi il suo meritato e fulmineo riscatto, in quello che sarà il grande finale della storia.

Che cosa possiamo imparare, da Whiplash?

Quando siamo dominati dall’ego, come i protagonisti di questo film, il successo che tanto ci affanniamo a rincorrere può rivelarsi illusorio e piuttosto precario. Le passioni e i traguardi che ci imponiamo spesso e volentieri non sono alimentati da una sana ambizione, ma da una sfida perversa verso sé stessi. Andrew vuole sfondare velocemente, divorare la scena con lo stesso intento famelico con cui divorerebbe un hot dog in mezzo a una strada nell’ora di punta. Terence si sente invece investito da una missione sacra, quella di celebrare la musica quasi fosse una moderna divinità, di cui solo lui, a quanto a pare, è degno di diventare lo scrupoloso sacerdote.

Ma entrambi si credono nel giusto e finiscono per arrampicarsi su un pericoloso piedistallo. Fletcher è convinto di essere guidato da una forza superiore, e nobile, quella dell’arte, ma alla fine si dimostra per quello che è, un egoista ossessionato solo da sé stesso. E pur di accontentare il proprio ego e togliersi la soddisfazione di far sbocciare un nuovo mito del jazz, per lui ogni mezzo è consentito, anche a costo di traumatizzare qualche povero studente e non riconoscere quanto i suoi metodi siano miseri e fallimentari. Andrew sembrerebbe sulla strada giusta, sospinto dal suo sogno incrollabile e da tanta cruenta determinazione, ma anche lui, alla fine, passa al lato oscuro. Ossessionato com’è dall’idea di rimanere tagliato fuori, di bruciarsi per sempre la carriera al minimo sbaglio o alla minima imperfezione, non esita a espellere brutalmente l’amore dalla sua vita e si lascia consumare a fuoco lento dal suo crescente desiderio di rivalsa nei confronti della sua nemesi, della società e della vita stessa.

Ecco come agisce, l’ego. Ci fa credere che al di fuori di lui non esista più nient’altro. Che gli altri siano soltanto pedine da usare a nostro vantaggio, ostacoli da evitare a tutti i costi o semplici spettatori senza arte né parte. Ci fa credere che rimanere indietro, lasciare che qualcun altro ci passi avanti, corrisponda alla fine dei giochi. Ci fa credere che la corsa forsennata verso il successo, o anche verso un proprio obiettivo personale, abbia sempre un prezzo salatissimo che dobbiamo essere disposti a pagare fino all’ultimo centesimo. L’ego ci fa credere che soltanto noi siamo importanti, e che nessuna questione debba essere mai lasciata in sospeso. Così facendo, niente può essere lasciato andare, non esiste alcuna via d’uscita alla sua tirannia. E se il suo regno crolla, veniamo travolti senza scampo dalle macerie.

Ecco come agisce, l’ego. Ci infiamma di passione fino a farla diventare il nostro inferno personale. Ci rende così affamati da farci crescere le zanne, e darci la licenza di mordere la vita a nostro vantaggio, costi che quel costi. Ecco allora che la passione si tramuta in ossessione, ossessione buona, ossessione cattiva, ma pur sempre ossessione. E quel che più ci sorprende, guardando Whiplash, è come l’ossessione può colpire tutti, indiscriminatamente, perché non è più soltanto una questione di vincere o di perdere. Non è più soltanto una questione di duro lavoro e sacrificio per un bene superiore.

Perché tutti noi, realizzati o incompiuti, accecati dalla celebrità o messi in ombra dall’anonimato, ci siamo lasciati ingannare in modo irreparabile e non possiamo più vivere senza. Senza quell’ossessione, silente o rumorosa, ardente o assopita, di trovare il nostro posto nel mondo.


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By Capo Tribù

Aka Gianluca Riboni. Pensatore, personal fitness trainer ISSA, insegnante di Anukalana Yoga, leader di Yoga della Risata, scrittore e blogger (un po') incompreso. E soprattutto, sognatore a piede libero.

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