“Efficienza significa fare le cose nel modo giusto. Efficacia significa fare le cose giuste.”

Peter Drucker

 

Io e la produttività non andiamo molto d’accordo e credo, anzi, che sia un’acerrima nemica dell’umanità. Lo so, non sono cose che scriverei a caratteri cubitali sul mio curriculum, ma ti chiedo di seguirmi un attimo nel mio ragionamento.

Sgombriamo innanzitutto il campo dicendo che la produttività è utilissima e fondamentale per la nostra sopravvivenza. Senza di lei non riusciremmo a far fruttare al meglio le risorse che abbiamo e che sono per definizione, come ci insegnano i tomi di economia, decisamente scarse. Se c’è un campo da coltivare, è meglio coltivarlo. Se ci sono dei soldini da parte, è buona cosa investirli.

C’è stato un passaggio evolutivo in cui abbiamo imparato non solo a gestire le risorse, ma anche a produrne di nuove utilizzando metodi sempre più intelligenti e raffinati. Perché andare alla ricerca di cibo, quando lo puoi far crescere dalla terra? Perché mettersi a costruire oggetti a mani nude, quando delle macchine possono farlo al posto mio?

Sì, di strada ne abbiamo fatta, nel bene e nel male, con le nostre contraddizioni, non senza incidenti lungo il percorso, ma ancora non ci siamo. E non solo perché oggi le risorse del pianeta sono mal distribuite e continuiamo a sprecare tonnellate di cibo in modo imbarazzante.

Durante questo percorso lungo e sanguinoso, infatti, abbiamo commesso l’errore di applicare il concetto di produttività su noi stessi. E’ vero, i nostri corpi sono come macchine sofisticate, fatte di leve, muscoli e giunture, che fanno e disfano cose in continuazione. Anche le cellule che costituiscono i nostri tessuti lavorano incessantemente come fabbriche in miniatura. Eppure, in noi, c’è molto di più. Non siamo tutti dei filosofi, ma pensiamo in continuazione. In qualunque momento, nessuno escluso, proviamo delle emozioni. Ogni giorno, siamo chiamati a lottare per i nostri bisogni, dalla sopravvivenza più spiccia fino alla più nobile realizzazione di noi stessi e del nostro potenziale inespresso. Ci stanchiamo, ci ammaliamo e, ahimè, invecchiamo.

Nonostante questo, oggi ci consideriamo al pari di un minuscolo ingranaggio in questo enorme e farraginoso macchinario che è la società moderna. Dove non ci possiamo fermare mai, nemmeno se abbiamo bisogno di riposo, nemmeno se abbiamo bisogno di tempo per noi stessi. Le nostre azioni vengono continuamente misurate, valutate, calcolate: quanto costiamo, quanto rendiamo, quanto guadagniamo. Senza rendercene conto, ci lasciamo incatenare in ruoli predefiniti che plasmano la nostra identità e guidano i nostri comportamenti. E così, quando qualcuno vorrebbe camminare libero per la natura, lo costringiamo a stare seduto per ore dietro a una scrivania. E così, quando qualcuno vorrebbe stare con gli altri e godere del calore di altri esseri umani, lo rinchiudiamo in una fabbrica fino a spaccargli la schiena.

Poi, dopo essercela cuciti addosso come fosse il più elegante degli indumenti, col tempo ci lasciamo sfuggire perfino il significato autentico della produttività. Ci siamo dimenticati che essere produttivi significa fare di meno, ripeto MENO, e non di più, per ottenere un determinato risultato. Essere produttivi viene scambiato con l’essere “impegnati”, ma c’è una differenza abissale.

Chi lavora in un ufficio, per esempio, può benissimo riempire la giornata di riunioni e telefonate a non finire, rimanere ingobbito davanti al PC per ore intere per poi tornare a casa con la lingua penzoloni, fiero di avere fatto mille cose. Ma siamo sicuri che, alla fine di una giornata frenetica, senza un attimo di respiro, io abbia combinato qualcosa di veramente importante? Per me, per l’azienda, per la società?

Perché fare molto, ahimè, non equivale a ottenere molto. E per questo gli economisti ci hanno tenuto a fare un po’ di chiarezza, tenendo ben distinti i concetti di efficienza ed efficacia.

L’efficienza può essere definita come il rapporto tra i risultati e le risorse impiegate. L’efficacia invece è il rapporto tra quegli stessi risultati e gli obiettivi prefissati. Facciamo un esempio a casaccio: se riuscissi a produrre un’automobile del valore di ventimila euro spendendo soltanto mille euro per ogni auto prodotta, UAO, sarei considerato molto efficiente, ma se questo modello di auto non se lo fila nessuno, potrei vantarmi di essere stato altrettanto efficace? Paradossalmente, sarei produttivo in un’attività del tutto improduttiva.

Essere efficienti sul lavoro o nella vita, quindi, non basta, perché potrei benissimo correre a vuoto come un criceto sulla ruota. Con la differenza, però, che il criceto su quella ruota si diverte un casino (così dicono), e tu no.

In entrambi i casi, il “meno” è la chiave. Se vogliamo essere competitivi rispetto agli altri, in nome dell’efficienza dovremmo usare meno risorse e in nome dell’efficacia dovremmo fare meno cose. In entrambi i casi, però, siamo chiamati in un’impresa disumana, per l’appunto. Perché, per essere davvero efficienti, sacrifichiamo noi stessi mettendoci sullo stesso piano di una macchina. Per essere efficaci, invece, siamo combattuti dall’incertezza, perché dobbiamo saper distinguere in ogni momento le attività su cui investire da quelle “sacrificabili”. Per ogni decisione, posso affidarmi all’intuito, all’esperienza, ai dati oggettivi, o a tutte e tre le cose insieme, ma nessuno, alla fine dei conti, può darci la garanzia che le cose che facciamo siano quelle giuste.

E così, quando un camionista, costretto agli straordinari, esce di strada mentre è alla guida, ci dimentichiamo che forse quell’uomo aveva bisogno di dormire. Se un collega si dimentica di mandarci un report, forse ha altro per la testa, è preoccupato per qualcosa. Se un consulente finanziario ci consiglia un investimento che andrà male, probabilmente non è stato in grado di prevedere i sussulti del mercato. O magari, prevederli era proprio impossibile.

In definitiva, la produttività è una favola bella e buona che ci raccontiamo tutti giorni, giusto per agitarci un po’ prima di andare a dormire. E’ una regina che mantiene ancora il potere su di noi, anche perché non abbiamo più il coraggio di contestarla. Se qualcuno ci prova, verrà subito additato sulla pubblica piazza. Per gli standard “moderni”, sarà considerato uno scansafatiche, o un parassita.

Attenzione: non sto dicendo che l’uomo sia nato per oziare. L’ozio, per certi versi, può essere utile e renderci più produttivi, se usato con sapienza, ma per una vita piena e appagante non c’è verso: dobbiamo essere attivi, inseguire le nostre ambizioni, avere dei progetti sui cui credere e investire, qualunque essi siano. Dobbiamo essere noi i protagonisti, altrimenti rischiamo di diventare semplici comparse.

Questo non significa nemmeno che la società non debba essere organizzata, che ogni cosa sia lasciata al caso o ai capricci degli esseri umani. È vero, la produttività, per quanto sia nostra nemica giurata, è diventata uno dei pilastri del mondo occidentale, difficile da sgretolare, impossibile da abbattere in un colpo solo. Nulla ci vieta però di rimetterla in discussione. I progressi tecnologici, lo sviluppo di robot e intelligenze artificiali che rapidamente sostituiranno moltissime attività che sembravano esclusive dell’uomo, già ci stanno costringendo in qualche modo a farlo. Tanto vale giocare d’anticipo. Smascherare il nemico, riconoscerlo come tale, è già un primo passo. Riorganizzare le aziende, le istituzioni, i gruppi sociali, mettendo sempre l’uomo al centro, tenendo conto di cosa siamo davvero: questa è la direzione a cui dovremmo tendere. D’altronde “l’uomo” siamo noi. Siamo noi, in definitiva, ad aver scritto le regole del gioco, o mi sbaglio?

Già, ma quando finirà il tempo di produrre? Per quanto tempo ci verrà chiesto di fare oltre alle nostre possibilità? Quando arriverà il momento in cui potremo fermarci, tirare un profondo respiro e raccoglierne finalmente i frutti di questo inesorabile “sbattimento” collettivo?

Anche tu temi che, di questo passo, la risposta sia … MAI?

🙂


Capo Tribù
Capo Tribù

Aka Gianluca Riboni. Pensatore, personal fitness trainer non convenzionale, ambasciatore dello yoga e della risata, scrittore e blogger incompreso. Sognatore a piede libero. Vengo in pace.

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