“Grandi Strade di silenzio conducevano a Sobborghi di Pausa – Qui non vi era Annuncio – né Dissenso né Universo – né Leggi.”

Emily Dickinson

 

Ti sto per dare il peggior consiglio che tu abbia mai ricevuto da un essere senziente. Sei ancora in tempo per staccare gli occhi da queste parole e salvarti.

Ma sei ancora qui, eh?

Allora dimmi un po’, nella vita hai mai imparato a prenderti delle pause, e cioè interrompere quello che stavi facendo (qualunque cosa fosse e per quanto importante fosse) per riposare, vagare con la mente e riflettere un po’ sui misteri del cosmo?

 

“Ma certo! Tutti sanno come prendersi una pausa.“

Che ci vuole? Bastano una sigaretta e un paio di chiacchiere alla macchinetta del caffè. Basta sfoderare l’onnipotente monolite tascabile e TAC!, ecco che la nostra mente viene proiettata all’istante in un universo parallelo, costellato da cinguettii e messaggini lampo, bollettini meteo e video dissacranti, notizie bollenti e videogiochi zuccherosi.
Abbiamo possibilità talmente infinite a portata di polpastrelli che diventa più difficile il contrario, cioè tornare a quello che stavamo veramente facendo.

Prima di rivelarti il tremendo consiglio di cui ti parlavo, però, mi vedo costretto anche a consigliarti uno dei peggiori libri che ti possa mai capitare tra le mani. E dico “peggiore” perché la lettura di questo libro ha letteralmente devastato e mandato all’aria la mia esistenza neanche fosse un uragano tropicale.
Scritto dal ricercatore americano Andrew Smart, si intitola “In Pausa” (titolo originale: “Autopilot. The Art & Science of Doing Nothing.”) e non è altro che una smaccata, pericolosa, irriverente (e per fortuna, breve) istigazione all’ozio e al fancazzismo.

Senza ammorbarti troppo sui contenuti del nefando libercolo, sappi che esso raccoglie una serie di studi effettuati sul cervello umano e, in particolare, sulle attività cerebrali “a riposo”.

 

I risultati sono sconvolgenti.

Il nostro cervello sarebbe in grado di lavorare, e di brutto, anche nei momenti di ozio, cioè quando non è impegnato in attività specifiche come leggere, studiare o fissare un monitor. Come durante il riposo notturno, quando la nostra mente, forse annoiandosi, decide di ordire alle nostre spalle i sogni più assurdi e gli incubi più catastrofici.
Da “svegli”, il processo è più o meno simile. L’attività cerebrale non cessa affatto, ma si modifica, coinvolgendo aree diverse e più profonde. E’ come se la mente cercasse di fare un po’ di ordine tra i pensieri e le informazioni acquisite, per poi, e qui viene il bello, costruire nuove connessioni.

Ciò significa che il nostro cervello risulta attivo anche quando in apparenza non lo è. Che, nei momenti di pausa, il nostro cervello si trova in una fase “creativa” molto potente ed è più propenso a generare nuove idee.

Ecco, abbiamo riscoperto l’ozio creativo di cui si parlava già ai tempi di Cicerone & Co. Con la differenza che ora abbiamo delle basi scientifiche con cui poterlo sostenere.

Ora ti immagini un pubblicitario che si sta scervellando per concepire una nuova campagna di deodoranti e non gli viene un’idea che sia mezza? Cosa dovremmo dire a quest’uomo disperato e sull’orlo di una crisi nervosa? Che non ci sono né trucchi né scorciatoie?

“Guarda, non devi fare proprio una beata mazza. Prima o poi, un’idea ti colpirà come un fulmine?”

Ebbene sì, dovrebbe mettersi un po’ l’anima in pace e lasciar stare per un attimo il proprio martoriato cervello. Ci penserà lui a lavorare in “background”, nel silenzio e nell’incertezza, e, a meno che il buon Andrew non abbia preso un abbaglio, venir fuori con un’idea folgorante quando meno se lo aspetta.

 

Ergo, abbiamo bisogno di tante, tante, tante pause.

Eh, sì, ne abbiamo bisogno COSTANTEMENTE, non soltanto per riposare, ricaricare le batterie e tornare più efficienti come vorrebbero i nostri manager, ma anche per investire a lungo termine sul nostro benessere psico-fisico.
Le pause sono veri e propri motori in grado di generare nuove opportunità, armi creative che possono farci gridare EUREKA proprio nei momenti in cui pensiamo di essere pigri o poco concentrati. Le pause ci permettono di dialogare con il nostro inconscio e migliorare quindi la consapevolezza di noi stessi.

La cosa davvero è buffa è che, nel periodo in cui lessi questo libro (naturalmente durante una vacanza), le circostanze della vita mi stavano trascinando esattamente nella direzione opposta.
Lavorare in una città schizofrenica e imbruttita come Milano, dove concetti quali riposo e “quiete” sono al limite della blasfemia, non era proprio di grande aiuto e in più mi veniva chiesto di stare molte ore in ufficio, seguire più attività e progetti in parallelo, partecipare a riunioni e call senza fine, e la mia mente soffriva, si appannava e andava in confusione. Per quanto fossi indaffarato, mi sembrava di girare a vuoto come un criceto e non concludere mai niente.

Prima ancora, un ex-capo mi faceva pressioni perché trovassi idee strabilianti per alcune campagne e-mail, ma stare tutto il giorno seduto con lo sguardo fisso davanti al monitor non mi stimolava né a pensare né a creare alcunché.

Finalmente, il libro di Andrew Smart mi svelò i motivi per i quali la mia mente aveva smesso di essere lucida e creativa, e la cosa, lì per lì, mi fece stracciare le vesti come l’Incredibile Hulk. Cercai di prendere subito provvedimenti, mi impuntai (vai tu a spiegare al boss che d’ora in avanti ti impegnerai con tutto te stesso a battere la fiacca) e per forza di cose andai a sbattere contro un muro di cemento armato.

Porto tuttora i bernoccoli 🙂

 

“Ma tu sei tu. E il mondo là fuori?”

E’ vero, io sono io, Milano è Milano, ma sono convinto che non si tratti soltanto di qualità e quantità del proprio lavoro. Le pause fanno un po’ paura a tutti, oggi giorno, perché la noia può balzare fuori da ogni angolo e ci sentiamo in dovere di riempire il tempo in qualunque modo.

Inoltre, le pause che ci concediamo non sono più “vere” pause.

Fare una pausa significa sgravare il nostro cervello da un’attività ben precisa. Se sto lavorando in ufficio e poi mi metto a leggere le notizie sul Corriere o  i post di Facebook, questo non è fare una pausa, ma passare semplicemente dall’attività X all’attività Y (anche se quest’ultima è senza dubbio più rilassante). Il mio cervello non ha modo di staccare e, con il telefonino sempre incollato ai polpastrelli, le tentazioni di “fare qualcosa” sono sempre più numerose.

Una pausa è anche diversa dallo svago. Uscire con gli amici, andare al cinema, leggere un libro, sono esempi di attività che ci rilassano e ci fanno stare bene, richiedono sicuramente meno energia e impegno da parte nostra, ma restano “attività” a tutti gli effetti.

Per me le vere pause, le vere e sacrosante pause, sono quelle in cui il nostro cervello NON FA ASSOLUTAMENTE NULLA. Non calcola, non ragiona, non si concentra. Non parla, non ascolta, non presta attenzione. È libero di riposare e vagare. È da solo nel disordine delle idee, può finalmente RESPIRARE.

Le pause sono difficili da giustificare perché, per l’appunto, sembra che siamo improduttivi e passivi, sembra che stiamo sprecando il nostro prezioso tempo, eppure, in un modo sotterraneo e un po’ confuso, siamo sempre all’opera, magari su qualcosa di potenzialmente straordinario.

Le vere pause sono difficili da trovare. Vuoi perché dobbiamo sbrigare le faccende di casa, vuoi perché vogliamo giustamente stare un po’ con gli amici e con la famiglia, vuoi perché abbiamo delle passioni che ci assorbono come spugne. Dovremmo trovarci da soli o comunque non essere disturbati da nessuno, nemmeno dal nostro onnipresente e inseparabile telefonino.

Ecco che le pause diventano delle oasi sempre più rare e incontaminate nelle nostre vite, dove ci possiamo arrivare, come scrive Emily Dickinson, attraverso Grandi Strade di silenzio. E se vogliamo trovarle, se vogliamo sfruttare il loro autentico potere rigenerante, dobbiamo fare uno sforzo che ci è sempre più inconsueto.

E cioè:

Staccare ogni tanto i nostri dispositivi ultra-connessi e non lasciarci rintracciare da anima viva. Basta stare sempre in allerta, con quella mania di controllo, e illuderci che ci stiamo perdendo qualcosa. Basta confondere le pause con le “distrazioni”.

Sfatare il mito della produttività. Riconoscere che non siamo macchine che possono essere programmate e ammaestrate, ma organismi complessi e imperfetti che hanno emozioni, debolezze, bisogni e impulsi creativi.
Basta pensare che possiamo sempre dare il meglio di noi al 100%, che possiamo fare di più anche quando i nostri nervi sono allo stremo. Basta pensare che i nostri corpi siano fatti per compiere attività ripetitive e logoranti, come se fossero costituiti da giunture e pezzi d’acciaio.

Arrenderci all’idea che non possiamo fare tutto. Che siamo esseri limitati con potenzialità limitate, che dobbiamo compiere scelte difficili e sacrificare molte cose per riprenderci il nostro tempo.

Allora spegni tutto, e concediti una pausa più che meritata.

Che ci fai ancora qui?

😉