“Alcuni animali portano il loro rifugio ovunque vadano. Per gli introversi è la stessa cosa.”

Susan Cain

 

Esci da questo corpo! Introverso, esci da questo corpo!

Ce l’abbiamo messa tutta, i genitori, la società, io per primo. Ma non c’è esorcismo che tenga. L’introverso che c’era in me, l’introverso da sottomettere e sradicare, non ha mai voluto lasciarmi. Proprio come una testuggine che si rintana nella sua corazza al momento del bisogno, che si affaccia ogni tanto verso il mondo, ma non riesce mai a staccarsi veramente dal proprio, di mondo, e per questo se lo porta sempre con sé. A volte come un rifugio, a volte come una zavorra.

Per anni, nella vergogna e nel disagio, ho cercato inutilmente di combattere il mio essere tartaruga. Perché ti sembra di essere lento, chiuso, impaurito, e in qualche modo hai l’impressione di perderti una valanga di opportunità, là fuori.

Poi, in tempi diversi, sono successe due cose che si sono rivelate dei veri e propri punti di svolta, se non di rottura. La prima? Quando ho capito che l’introversione può essere un grande bene, ma proprio grande. La seconda? Quando ho capito che l’introversione è una scelta, e non te l’ha imposta proprio nessuno. Semplicemente, ci stai bene. Ti viene naturale. Perché essere introversi racchiude in sé un grande potere. Che va sfruttato, coltivato e incanalato nella giusta direzione.

 

Parlami un po’ di questa bella tartaruga.

L’errore più grande, che fanno tutti, è porre sullo stesso piano un introverso e un timido. E’ vero, spesso questi due concetti vanno a nozze e si rincorrono come gattini innamorati, ma il punto è che CHIUNQUE può essere timido. Dipende dalla situazione, dipende dallo stato d’animo. Per esempio, la persona più espansiva di questo mondo può trovarsi a disagio di fronte al proprio capo, del tutto incapace di esprimere ciò che pensa. La persona più espansiva di questo mondo può tremare di paura quando sale sul palco a parlare, davanti a migliaia di persone.
La timidezza è una sorta di vergogna sociale, che può attaccare ognuno di noi, in ogni frangente. Un introverso, invece, è così e basta. Ha un modo di esprimere la socialità che è praticamente opposta a quella di un estroverso. Rifugge gli ambienti affollati e rumorosi. Preferisce interagire con poche persone con cui ha una grande confidenza, piuttosto che con una folla oceanica di perfetti sconosciuti. Le occasioni mondane sono per lui particolarmente stressanti e consumano energia, peggio di un iPhone. Questa tartaruga, così cocciuta, ama concedersi numerosi e frequenti ritagli di solitudine, da dedicare a se stessa e alle sue passioni più profonde.
Ci sono nazioni, come il Giappone o i paesi scandinavi, in cui questo modo di essere rappresenta la normalità. In altri, come gli Stati Uniti o l’Italia, gli introversi costituiscono una netta minoranza e, pertanto, sono destinati fin da piccoli a una vita di disagi e incomprensioni. Molti di noi, perlomeno finché non maturano a sufficienza, non accettano questa condizione, se ne vergognano e cercano di soffocarla in tutti i modi possibili, ignari che così facendo si feriranno ancora di più.
Dal di fuori, gli introversi sono spesso visti come persone asociali, spente, talvolta un po’ snob. E siccome hanno il vizio di non farsi mai sentire, ma proprio MAI, fanno anche la figura dei maleducati.

Non appena un genitore intravede questa pericolosa tendenza nel proprio pargolo, è FINITA. Il genitore si sentirà subito in dovere di rimediare, iniettando nella sua vita una vera e propria overdose di attività socialmente intense e, perlomeno sulla carta, stimolanti. In buona fede, lo iscriverà d’ufficio in una squadra di calcio (sport per il quale sarà una schiappa totale), lo costringerà a “scontare” le vacanze estive in qualche colonia sperduta sulle coste italiche, cercherà di presentargli QUALUNQUE essere vivente che orbita attorno al figlioletto pur di infoltire il suo magro giro di amichetti. Peccato che tutto questo sortirà, quasi sicuramente, l’effetto contrario. L’introverso subirà uno shock ancora più violento e, questa volta, si chiuderà a tripla mandata.

 

Parlami un po’ di come hai cercato di uscire dal guscio.

Un altro errore che ho commesso è stato quello di confondere l’introversione con la famigerata “comfort zone”. Se il mio guscio rappresenta una zona in qualche modo protetta, che mi fa stare tranquillo, impedendomi però di vivere esperienze straordinarie e memorabili, allora me ne devo liberare il prima possibile. Giusto?

Peccato che non siano la stessa cosa. Assolutamente NO!

Si può essere introversi e al tempo stesso uscire dalla propria zona di comfort. Un esempio su tutti? Mettiamo che mi piaccia scrivere romanzi di avventura e un bel giorno decido di lanciarmi a capofitto in una saga di fantascienza. Sto mettendo da parte una vecchia abitudine, abbandonando un territorio sicurissimo, eppure continuerò a starmene da solo per mesi interi davanti a un PC, da perfetto secchione introverso.

Convinto di questo, mi misi a frequentare persone che non volevo veramente frequentare. Iniziai ad accettare qualunque invito mi capitasse in agenda, anche per fare cose che non mi entusiasmavano granché. Per non parlare di tutte quelle feste in cui mi annoiavo a morte o avrei voluto sparire. E che dire delle discoteche! Come ogni giovinastro che si rispetti, mi ostinavo a rinchiudermi fino a tarda notte in questi luoghi superaffollati, assordanti e privi di ossigeno, e mi costringevo, ripeto, costringevo, a divertirmi. Se tutti gli altri adoravano così tanto sguazzare nel frastuono e bere come vecchi lupi di mare, perché io non riuscivo a lasciarmi andare?

A me, in fondo, piaceva un sacco quello che facevo. Leggere, studiare e scrivere fino a tarda notte. Guardare film e serie tv. Giocare ai videogiochi. Correre sul lago e andare in palestra. Poltrire sul divano. Sognare a occhi aperti. Cosa c’era che non andava, in ME?

 

Parlami un po’ della PRIMA COSA che ti è successa.

Ormai procedevo come un elastico impazzito. Mi buttavo continuamente nella mischia e poi mi ritraevo. Ogni volta che tentavo di fare l’estroverso, pur mettendocela tutta, fallivo. Eppure mi convincevo che era solo una questione di allenamento. Dovevo solo fare un po’ di pratica e col tempo, prima o poi, sarei migliorato. Peccato che, col tempo, non miglioravo AFFATTO.

Ero un gambero col turbo.

Poi, con estremo, imperdonabile ritardo, lessi QUIET, il celebre saggio di Susan Cain che, per chi non lo sapesse, è diventato una sorta di vangelo per gli introversi patologici di tutto il globo.

QUIET è uno dei pochi libri che, nella vita, mi ha letteralmente aperto gli occhi. In ogni singola parola di questo libro, come in uno specchio fatato, riuscivo a vedere me stesso. Tutto quello che avevo vissuto fino ad allora, le lotte, le difficoltà, le frustrazioni, tutto era concentrato lì dentro.

Il libro è veramente ricco di spunti e consiglio di leggerlo, ma il succo è questo: essere introversi è OK. Non solo è un atteggiamento normale, sano, da incoraggiare, ma può anche offrire numerosi, incredibili, inaspettati VANTAGGI.
E’ vero, di norma chi è estroverso riesce a sfruttare molte più opportunità in un contesto competitivo come quello moderno, avrà più amici, più clienti, più storie d’amore. Di contro, le persone introverse sono costrette a puntare maggiormente sulla qualità delle relazioni. Inoltre, hanno più tempo per riflettere e per svolgere attività che richiedono solitudine e profonda concentrazione, come la scrittura, l’arte o la creatività in generale. Hanno tratti caratteriali che li portano naturalmente all’ascolto, alla sensibilità, all’empatia.

Essere introverso ti può chiudere le porte di un mondo che non piace, o spaventa di brutto, ma in compenso le spalanca verso quello che è il proprio mondo INTERIORE. Ti allena a vivere con te stesso e farti bastare. Se da solo, con le tue passioni, sei in grado di fare a meno degli altri, allora, senza saperlo, hai avuto in mano fin dall’inizio le chiavi della TUA felicità. Non hai bisogno di altro, se non del tuo mondo, che hai sempre con te e nessuno ti può portare via.

 

Parlami un po’ della SECONDA COSA che ti è successa.

Passano gli anni e, per le strane coincidenze della vita, finisco invischiato nello yoga e nella meditazione. Alcune mie certezze iniziano a sgretolarsi. Da una parte ho la conferma: anche un’attività in apparenza “calma” come la meditazione può essere, per un introverso, il metodo ideale per schizzare fuori, a gambe levate, dalla propria zona confortevole.
Perché uno pensa che meditare significa rilassarsi un casino, raggiungere una sorta di sballo mistico, ma non è così. Meditare significa addentrarsi nelle torbide profondità del tuo essere. Stanare paure, tensioni emotive, far tacere quell’oca starnazzante che è la tua mente. E quando stai meditando, per DAVVERO, beh, preferiresti trovarti in una di quelle feste a cui in passato eri tanto allergico, credimi.
Grazie a delle pratiche di meditazione full-immersion, paradossalmente, sono riuscito a fare tutte quelle cose che PRIMA non mi erano mai venute spontanee. Per esempio, leggere davanti a tante persone senza nemmeno un balbettio. Ballare in pubblico senza il minimo disagio. Stare in un gruppo numeroso per tante ore senza sentire l’impulso di scappare via.

Forse è proprio qui che “Santa Susan” si sbaglia. Essere introversi non è uno spartito inciso nelle nostre sinapsi fin dalla nascita, e nulla ci costringe a seguirlo. L’introversione è un insieme di limiti mentali che si sono sedimentati nel tempo e ti hanno plasmato il cervello come un vaso di terracotta, rafforzati dall’esperienza e dalle numerose cadute.

Che sia veramente una predisposizione naturale, un elastico che puoi tirare solo fino a un certo punto, che importa?

Essere introversi è una scelta, che si rinnova ogni giorno. Ed è una scelta bellissima.