“Sempre di più, mi aspetto sempre meno.”

Charles Bukowski

 

All’inizio, l’abbraccio di un boa constrictor sembra innocuo. Non è come gli altri serpenti velenosi che aggrediscono e mordono in profondità. Il boa agisce con calma e ti sta quasi simpatico mentre si avviluppa attorno alle tue fragili ossicine. Ma poi l’amico a sangue freddo non allenta la morsa e il suo abbraccio inizia a diventare violento, ti accorgi che liberarsi di lui è difficile, se non impossibile. E ora sei diventato il suo spuntino.

Ecco, le aspettative degli altri agiscono allo stesso modo. Crescono e si avviluppano attorno ai nostri poveri neuroni fino a possederli e consumarli. Che provengano dalla famiglia, dagli amici, dalla società, le aspettative limitano e circoscrivono i nostri pensieri e, di riflesso, i nostri comportamenti.

Ciò che gli altri si aspettano da me diventa ben presto la mia identità. Una maschera che, una volta appiccicata sul viso, non posso più togliere nemmeno con lo sgrassatore.

Ci sono genitori che spingono i propri figli a intraprendere percorsi di studio che non vogliono, condannandoli a una vita di lacrime e rimpianti. Ci sono persone che sacrificano i propri valori pur di poter stare nel branco. Qualcuno si identifica talmente nel proprio mestiere o nel proprio ruolo sociale da non coltivare più alcun interesse al di fuori di esso.

Questi boa sono ancora più potenti quando hai tanto successo e la gente ti adora come una divinità egizia. Il romanzo di Stephen King, Misery, per esempio, ha come protagonista un celebre scrittore il quale vorrebbe dedicarsi a un genere di narrativa meno commerciale, ma non appena prova a tagliare con il passato, facendo morire la protagonista del suo bestseller, ecco che una sua fan con le rotelle svitate lo costringe, attraverso metodi piuttosto convincenti, a riportarla in vita.

Le aspettative, se ci pensiamo bene, non esistono in natura. Sono pure astrazioni della nostra mente. Le produciamo in continuazione, spesso in modo automatico, e sono una fonte inesauribile di dispiaceri e delusioni, perché poi la realtà sarà sempre, in qualche modo, DIVERSA.

Per molti anni ho creduto che un atteggiamento pessimista, abbassando di netto l’asticella di qualsivoglia aspettativa, potesse condurre a un livello perlomeno “accettabile” di felicità. Come suggeriscono gli stoici, se mi prefiguro il peggio, ecco che quando arriverà qualcosa di positivo, Hooray!, il suo effetto sarà per forza amplificato e dirompente. Se invece le mie aspettative sono più alte dell’Himalaya, alimentate dall’ottimismo più perverso, per una pura questione di probabilità finirò puntualmente per restarne deluso.

Ma non funziona proprio così, in nessuno dei due sensi. Se penso in negativo, sto creando delle condizioni, soprattutto psicologiche, perché nella mia vita non avvenga proprio un bel niente. Come si dice, sono profezie che si auto-realizzano, perché manterrò un atteggiamento passivo senza avvicinarmi mai all’oggetto del desiderio, a meno che questo non mi cada accidentalmente sui piedi. Se eccedo dalla parte opposta, mi sto comunque mettendo un enorme paraocchi davanti al naso, perché purtroppo le cose brutte accadono di continuo e, talvolta, anche se è antipatico dirlo, possono offrirci dei grandi insegnamenti.

Se le aspettative sono davvero un parto continuo della nostra mente, in linea teorica dovrebbero essere anche sotto il nostro pieno controllo. Non dico che le possiamo eliminare con uno schiocco delle dita, anche perché il cervello non può fare a meno di produrne, è il suo mestiere, e in ogni caso, con ZERO aspettative, non sapremmo mai cosa desiderare, né in quale direzione muoverci.

Ma controllarle, prendere consapevolezza, con un minimo di sforzo, questo sì che è alla nostra portata.

Inoltre, possiamo agire PRIMA che qualcuno cerchi di annodarci un enorme rettile sibilante attorno al collo e sia quindi troppo tardi. Con un po’ di buon senso, e senza esagerare, devo prendere coraggio e rompere l’incantesimo. Se sono sempre stato un tipo razionale, per esempio, posso iscrivermi a un ritiro di meditazione tantrica o postare qualche foto sui social mentre me ne sto nella posizione del loto sulla riva di un lago ghiacciato. Dopo qualche tempo, rompo di nuovo lo schema: mi iscrivo a una Spartan Race e mi faccio vedere mentre mi rotolo sotto il filo spinato come il più esaltato dei marine (nota: qui ogni riferimento è puramente casuale :-P).

Insomma, quando mi pesa essere quello che non sono, dobbiamo fare una brusca sterzata, lasciare tutti a bocca aperta, far capire al mondo che, a differenza dei cartoni animati, non siamo stati disegnati COSI’, ma siamo creature più complesse e sfaccettate. Libere di essere, per l’appunto. Lo so, è un atteggiamento rischioso, sul filo di rasoio. Qualcuno ti toglierà l’amicizia su Facebook e ti dovrai sorbire una bella ramanzina da tua nonna, è matematico, ma se vuoi vivere davvero la tua vita, ti devi scrollare di dosso un bel po’ di zavorra.

E quando sono io a costruirmi delle aspettative verso gli altri, come dovrei comportarmi invece? Quando vorrei che il mio partner mi seppellisse di regali, o il mio capo mi srotolasse un tappeto rosso ogni volta che entro in ufficio? Semplice, smetti di farlo. Affidare la propria felicità a qualcuno che non sei tu, a qualcuno che vive una vita propria e ha dei bisogni che NON sono i tuoi bisogni, è semplicemente folle. E’ una forzatura scaturita dal nostro sentirci perennemente al CENTRO del mondo, che ci costringerà a un’intera esistenza di delusioni e immancabili sciarpe come regali di Natale.

L’unica aspettativa degna di essere “attesa” è l’INASPETTATO. Sospendi il giudizio, rimani in ascolto, e lascia che la vita intorno a te, semplicemente, accada.