Se c’è una cosa che non ho mai smesso di fare, è proprio quella di ingurgitare del cibo. E la prospettiva di saltare un pasto, che fosse il pranzo, la cena o anche solo un breve spuntino, mi ha sempre fatto diventare verdognolo come l’incredibile Hulk.

Poi, tra me e me, ho pensato: il mio apparato digerente dovrà pur tirare il fiato ogni tanto, no? Più o meno, è come in ufficio. Quando la gente va in ferie, alcuni lavori si fermano, alcune procedure vanno un po’ a farsi benedire. Però, non appena gli organi/lavoratori rientrano, saranno più carichi ed efficienti che mai (anche se magari un po’ “rimba”).

Per farla breve, alla veneranda età di 3* anni, decido di impormi il primo digiuno della mia storia (alimentare). Per la precisione, un digiuno di ben 36 ore dove mi posso concedere soltanto qualche sorsata d’acqua e nient’altro. La data che segno nel calendario è domenica 9 febbraio, giorno di Purnima, cioè di luna piena.

Il programma prevede questo: ultimo pasto alla sera di sabato 8 febbraio e poi astensione completa da qualsiasi forma di cibo solido, liquido o gassoso fino alla colazione di lunedì 10 febbraio. Piccolo problema: quella domenica mi tocca andare al lavoro e non sarebbe certo la giornata ideale, ma poi mi dico, all’apice dell’incoscienza: chissenefrega, sono ben nutrito, ben idratato, ben muscolato, che cosa mai potrebbe succedermi in così poco tempo?

 

Upavasa, sto arrivando!

Ah, già. Mi sono dimenticato di dire che quello sto per infliggermi è il digiuno yogico, conosciuto anche con il termine sanscrito Upavasa. Upa sta per “vicino” e vasa sta per “dimora divina”, quindi potremmo interpretare il termine come stare vicino al supremo. Da queste inequivocabili parole è evidente come l’Upavasa non sia un semplice atto di purificazione fisica, ma una pratica spirituale a tutti gli effetti. Talmente spirituale che, quando arriva il giorno fatidico, il primo impulso è quello di affondare i piedi sulla bilancia per dare un occhio al peso. Così, tanto per vedere quanto questo digiuno sarà in grado di intaccare e depredare la mia massa corporea.

All’ora di colazione, che per me è molto presto, ahimè, lo stomaco inizia i suoi rituali borborigmi mattutini, ma, questa volta, non sarà accontentato. Poco male, penserà il mio stomachino, rilassandosi un po’, la questione “cibo” è soltanto rimandata. Ma, questa volta, si sbaglia. Dopo un paio d’ore dal risveglio, il calo, o meglio, l’assenza di zuccheri comincia a farsi sentire. Il mio corpo procede al rallentatore verso la lunga giornata lavorativa che mi attende, ma in qualche modo si va avanti, ecco.

Segnali di svenimento imminente? Ancora nessuno.

 

Ma perché?

Il nostro corpo ha bisogno di nutrirsi, e qui ci siamo. Ma nell’assimilare e nello smaltire il cibo, è inevitabile produrre delle sostanze di scarto che, a lungo andare, possono accumularsi nei tessuti e intossicarli fino a compromettere il normale funzionamento delle nostre cellule. Il digiuno rappresenta quindi una strategia di immediata attuazione per concedere un po’ di riposo all’organismo (meritato, direi anche) e permettergli di liberarsi delle scorie in tutta tranquillità.

Ma c’è di più, naturalmente.

Grazie a Upavasa, possiamo finalmente dimenticarci dei bisogni fisiologici che ci assillano un giorno sì e l’altro pure, e rivolgere la nostra attenzione ai livelli più alti di coscienza. In altre parole, è l’occasione ideale per dedicarsi alla meditazione, alla riflessione e alla conoscenza di sé stessi. E al non fare una beata mazza, aggiungerei.

 

Wow, non pensavo che il cannibalismo…

La prima volta è dura, lo ammetto, ma francamente pensavo peggio. Certo, in queste condizioni non andrei baldanzoso a disputare l’Iron Man, però devo dire che il corpo, pur protestando in continuazione come un anziano in coda alle ASL, in qualche modo si arrangia. L’opzione di cibarmi delle giovani carni dei miei colleghi non viene nemmeno presa in considerazione, per il momento.

All’ora di pranzo, lo stomaco tenta un ultimo, insinuante assalto, ma la mente è stranamente solida nel suo proposito. Tutto sta andando secondo i piani. Tutto sta andando secondo i…

 

Maaaaa, e se mangiassi soltanto un po’ di frutta?

Sul serio, è grave: non sento più il desiderio di mangiare. Sì, lo stomaco là sotto ogni tanto ci riprova con la sua cantilena ormai esausta, ma il mio pensiero trionfante va tutto a quegli organi emuntori, come il fegato, i reni, l’intestino, la pelle e il polmoni, che come massaie cinguettanti si stanno dedicando anima e corpo alla più grande pulizia di primavera mai vista. Da una parte mi sento stanco, da buttare via, ma dall’altra mi sento leggero, piacevolmente svuotato. La mia mente assomiglia a una compressa di aspirina completamente disciolta nel bicchiere. Ho portato con me qualche cracker e barretta di frutta, perché non si sa mai, però, lo giuro, non ho mai avuto nemmeno la tentazione di accarezzarne l’involucro. Davvero, non mi riconosco più.

 

Quando digiunare?

Secondo la tradizione yogica, i momenti migliori per astenersi dal cibo seguono le fasi lunari. I nostri liquidi corporei, infatti, sono influenzati dal nostro satellite preferito (nonché l’unico), quindi avremo una purificazione più profonda ed efficace in uno di questi giorni:

  • Ekadasi. In sanscrito significa “undici” e coincide con l’undicesimo giorno dopo la luna nuova (o tre giorni prima) e l’undicesimo giorno dopo la luna piena (o tre giorni prima). Ricorre quindi due volte al mese ed è considerato il momento migliore in assoluto per il digiuno.
  • Amavasya, ovvero il giorno di luna nuova.
  • Purnima, ovvero il giorno di luna piena.

Mettendo insieme il tutto, potremmo digiunare ben quattro volte ogni mese. Che fortuna, eh?

 

Non fare come me.

Anche il pomeriggio fila via liscio, senza sgarri, crisi d’astinenza o tentativi di cannibalismo. Certo, la mia mente è così a corto di zuccheri che non riuscirei nemmeno a redigere la lista della spesa. Ma sono calmo, composto, completamente fiducioso di arrivare alla fine. A questo punto della cronaca, però, devo ammettere di essere stato troppo drastico. Un digiuno di 36 ore, che non costituiscono un’era geologica, ma non sono nemmeno così poche per noi occidentali abituati a ingozzarci dalla mattina alla sera, andrebbe affrontato per gradi. Prima di arrivare a un’astensione completa, anche dall’acqua, è sempre consigliabile passare per qualche tappa intermedia. Per esempio, facendo un digiuno a base di sola frutta e succhi, purché non zuccherati. Oppure facendo due pasti leggeri a colazione e pranzo per poi saltare la cena e riprendere a mangiare il giorno dopo (il cosiddetto mezzo digiuno). Nell’improbabile ipotesi che ti venga voglia di provare, accertati comunque di essere sempre in buona salute e, se opportuno, chiedi il parere di un medico. Se nei giorni programmati per il digiuno prevedi di correre la Deejay Ten o tagliare la legna per l’inverno, e quindi pensi di stancarti molto, è meglio rimandare a un’altra occasione.

 

La parte più difficile.

Colazione, pranzo e spuntini vari sono saltati senza grandi contraccolpi, almeno per me. Ma la cena, al contrario, si appresta a diventare un inferno. I succhi gastrici si risvegliano all’improvviso come lingue di lava in un vulcano. Se potesse parlare, lo stomaco esclamerebbe a squarciagola: bene, abbiamo scherzato, ma ora, basta, dammi quel c***o di cibo! Ma io sono troppo stanco per dargli retta e mi butto sul divano in stato “larvale”. Verso le nove di sera, mi sento troppo stanco anche per guardare il basket alla tv. Così, mi preparo per andare a letto ed è proprio in quel momento che mi sento trafiggere da due domande sconcertanti. Ma se non ho mangiato nemmeno un grissino, devo lavarmi lo stesso i denti o, almeno per questa volta, posso evitarmi l’incombenza? E poi: domani mattina la farò la cacca?

Le ultime ore del digiuno, prima della salvifica colazione, sono di gran lunga le più impegnative. I morsi della fame irrompono ripetutamente nel sonno. Ora l’organismo è agitato, in allarme, e forse comincia a temere che il cibo non arriverà MAI più. Al mattino, dopo la solita sveglia a orari militareschi, mi accorgo che il momento più difficile e delicato del digiuno non è resistere al cibo, ma riprendere a mangiarlo. Lo stomaco, dopo 36 ore di capricci, assomiglia a un pugile rintronato che viene messo KO dopo aver corso inutilmente da una parte all’altra del ring, senza aver dato o ricevuto nemmeno un pugno. Decido di mangiare la mia solita colazione, né più leggera, né più abbondante, di quella a cui sono abituato. E qui, casca l’asino. L’apparato gastrointestinale è appena tornato dalle ferie. Non ha ancora questa voglia irrefrenabile di lavorare, diciamo così, e la digestione subito rallenta. Per quanto sia affamato di energie, l’organismo non è ancora pronto a gestire troppo cibo in poco tempo. Segna.

 

Morale della favola?

Se vuoi digiunare, preparati bene anche prima e dopo con pasti leggeri e ben bilanciati. Non fare l’eroe e ascolta bene il tuo corpo in ogni istante di questa pratica. Dimenticavo di dire che, prima della meritata colazione, mi sono pesato di nuovo: un chilo secco perso! Ma non sperare, o disperare, troppo. Quel chilo si riprende tutto, e anche molto presto.

E no, per la questione pupù, niente di niente. 😉