Il freddo ci fa davvero ammalare come abbiamo sempre pensato? Oppure è vero il contrario, cioè che una graduale e ben studiata esposizione al freddo ci aiuterebbe a diventare più forti e resistenti alle malattie? Vallo a chiedere al leggendario Wim Hof, detto anche “The Iceman”, il quale proprio attorno al freddo e al gelo ha costruito il famoso e sempre più acclamato metodo che porta il suo nome.

Per chi ancora non lo sapesse, l’atleta olandese, classe 1959, è salito alla ribalta praticando sport estremi, come il nuoto nelle acque ghiacciate e la corsa a piedi nudi sulla neve. Grazie ai record raggiunti, è diventato perfino oggetto di alcuni studi scientifici: a quanto pare, così hanno concluso, madre natura lo avrebbe dotato di un elevato numero adipociti “bruni”, oltre alla media dei normali esseri umani, che gli permettono resistere tranquillamente alle basse temperature.

Il metodo da lui adottato, perlomeno nella forma originale, è piuttosto semplice e alla portata di tutti, e ha lo scopo non solo di prepararci a sfide impossibili, ma anche di migliorare il benessere psico-fisico, incrementare i livelli di energia, rafforzare il sistema immunitario e prevenire quindi vari tipi di malattie, andando un po’ contro le tradizionali raccomandazioni della nonna.

Prima di proseguire, però, ci tenevo a precisare una cosa: questo articolo ha carattere puramente informativo e divulgativo. Quindi, prima di mettersi lì a imitare le gesta del buon Wim, e magari farsi venire una bella broncopolmonite, è caldamente consigliato farsi assistere da un esperto specializzato nel metodo.

 

In che cosa consiste il metodo Wim Hof?

Sono tre i passaggi fondamentali alla base del metodo. Il primo riguarda la respirazione, il secondo l’esposizione al freddo, mentre il terzo è, di fatto, un approccio di base alla meditazione. Vediamoli tutti e tre nel dettaglio.

 

Il primo passaggio? La respirazione “forzata”

La prima parte del metodo, come detto, consiste nel modificare attivamente il proprio modo di respirare, attraverso una tecnica conosciuta come “iperventilazione”. In pratica, dopo aver trovato una posizione comoda e soprattutto sicura (dove cioè non succeda nulla di irreparabile in caso si perdano i sensi), occorre effettuare una trentina di respiri molto veloci, non importa se dal naso o dalla bocca, allo scopo di portare un’elevata quantità di ossigeno nell’organismo.

In sostanza, si praticano le cosiddette inspirazioni “forzate” quando porto l’aria nei polmoni, ma non bisogna svuotarli completamente ogni volta che la butto fuori (espirazioni incomplete). L’effetto è sicuramente energizzante, dal momento che entra più ossigeno rispetto all’anidride carbonica espulsa, ma ciò potrebbe comportare lievi malesseri passeggeri, tra cui mal di testa e senso di vertigine.

Dopo aver completato il primo ciclo di trenta respiri, il metodo prevede di liberare del tutto i polmoni espirando e trattenere quindi il respiro per circa un minuto, a polmoni vuoti.

Il passo successivo richiede di portare nuovamente l’aria nei polmoni con una vigorosa inspirazione e anche qui trattenere il respiro, stavolta con i polmoni pieni d’aria, per quanto tempo si riesce a resistere.

La tecnica di trattenere il respiro viene utilizzata anche nello yoga, e si chiama kumbhaka, ma bisogna fare particolare attenzione perché, nella variante con i polmoni pieni, la pressione che si verrà a creare nella gabbia toracica, se eccessiva, potrebbe spingersi anche nel collo e nella testa, mentre l’aria rimasta intrappolata potrebbe cercare “altre vie” per uscire.

Questi sono, in sintesi, i vari passaggi:

  • Effettuare 30 respirazioni veloci in iperventilazione, dal naso oppure dalla bocca.
  • Espirare tutta l’aria e trattenere il respiro a polmoni vuoti il più a lungo possibile.
  • Inspirare tutta l’aria che si riesce e trattenere il respiro a polmoni pieni, più a lungo possibile (anche se io, personalmente, sconsiglio di andare oltre i cinque secondi, e in ogni caso non oltre i dieci secondi).
  • Ripetere il ciclo per una seconda o anche una terza volta.

 

Il secondo passaggio? L’esposizione al freddo

Dopo aver completato la prima fase, si è pronti per il pezzo forte, la doccia fredda oppure il bagno ghiacciato. Qui viene richiesto, molto banalmente, di portare a contatto le nudità del nostro corpo con una sorgente “fredda” per un determinato periodo di tempo.

Nel primo caso, è sufficiente buttarsi sotto la doccia e girare la manopola nel verso opposto a quello che faremmo di solito (cioè tutta verso il freddo, se ancora non si fosse capito). Mentre restiamo impassibili sotto l’acqua gelida, dovremmo comunque rispettare i principi di gradualità e buon senso, ovvero imparare a resistere al freddo poco per volta, attraverso una sana disciplina quotidiana.

Se siamo agli inizi, come suggerisce Wim Hof, è possibile concedersi prima una bella doccia calda, affinché il passaggio al freddo sia un po’ meno brusco e un po’ più sopportabile. L’alternativa, per i più avanzati, è quella di immergersi in una simpatica vasca piena di ghiaccio. Durante questa pratica, è assolutamente importante mantenere il controllo sul respiro che dovrà essere calmo e profondo. Una volta usciti, è altrettanto importante coprirsi bene oppure fare un po’ di movimento per ripristinare la corretta temperatura corporea (l’ideale, per Wim Hof, sarebbe cimentarsi in quella che lui definisce “horse stance”).

Il freddo, secondo Wim Hof, avrà effetti straordinari sull’organismo. Il sistema immunitario e il sistema cardiovascolare verranno rinforzati. Le infiammazioni verranno ridotte, se non guarite, e in generale diventeremo più resistenti alle malattie. La nostra tolleranza alle basse temperature dovrebbe uscirne significativamente migliorata, permettendoci di buttare via qualche maglione di troppo e fare un po’ i fighi durante l’inverno.

Per quanto tempo rimanere al freddo? Bella domanda, perché anche l’esposizione al freddo, un po’ come l’attività fisica, è una questione molto soggettiva. C’è chi resiste molto a lungo, e si sente a suo agio, come il nostro amico Wim Hof, e c’è chi al mare, per esempio, non riesce nemmeno a intingere il piede nell’acqua. L’ideale sarebbe quello di rimanerci più a lungo possibile, tenendo conto dei propri limiti individuali: come nel fitness, bisognerebbe raggiungere un livello tale per cui i benefici siano massimi evitando però che diventino, in un battibaleno, dei “malefici”.

In altre parole, un’esposizione al freddo troppo breve sarà inefficace, viceversa, una troppo prolungata non farà che mettere in crisi il nostro sistema di termoregolazione. Ricordiamo che il freddo è uno stressor, cioè qualcosa di cui il corpo vorrebbe fare a meno ma che si trova, in qualche modo, a dover gestire, mettendo in atto degli adattamenti. Lo stress provocato dalle basse temperature deve essere quindi “misurato” e non si deve arrivare alla conclusione, assolutamente distorta, che più sto al freddo, meglio è.

 

Il terzo passaggio? La “centratura”

Il terzo passaggio, di solito quello più snobbato e meno conosciuto del metodo, si preoccupa non solo del benessere fisico, ma anche di quello mentale. Qui, secondo Wim Hof, se siamo riusciti a stare un po’ al fresco, il grosso del lavoro è già stato fatto. Volontà e disciplina sono stati forgiate a sufficienza, quindi non resta che consolidare il tutto radicandosi nel “qui e ora” attraverso la meditazione.

Meditazione che, naturalmente, andrà fatta da seduti e con gli occhi chiusi, allontanando i pensieri e portando l’attenzione sul proprio “centro”. Niente di trascendentale, niente di particolarmente mistico o complesso: sarà infatti sufficiente rimanere per qualche minuto con sé stessi e il gioco è fatto, saremo pronti a iniziare la giornata con la giusta energia e il giusto equilibrio.

 

In conclusione

Et voilà, in tre semplici mosse e senza tanti fronzoli, Wim Hof ha costruito le basi per la nostra salute fisica e mentale, facendoci riprendere il controllo della mente e anche dei processi biochimici del nostro organismo. Il freddo e il gelo sono diventati dei fattori di stress che, invece di debilitarci e farci colare il naso a piè sospinto, non solo ci rendono più forti e immuni dalle malattie, ma aiutano a ritrovare la connessione con noi stessi, riallineando in un colpo solo il corpo, il respiro e la mente. Che cosa volere di più? Beh, magari un bel bagno caldo, no? 😉